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L'AVIS

L'AVIS si evolve nei decenni successivi, finché, dopo la seconda guerra mondiale, nel 1950, arriva il riconoscimento da parte dello Stato.
Dagli anni Settanta, la diffusione dell'AVIS si fa più capillare, sorgono le sedi regionali, provinciali e comunali, legate da un unico statuto alla sede nazionale.

 

Cosa accade dove non ci sono associazioni di donatori - Proprio questo è il problema della donazione del sangue nell'Italia di oggi: autosufficienza al nord e carenza al sud.
Ciò costringe l'Italia ad importare sangue ed emoderivati dall'estero, principalmente dagli Stati Uniti d'America.
Ricordiamo che negli Stati Uniti la donazione del sangue non è gratuita e che il donatore viene pagato. Ne consegue che il sangue viene raccolto principalmente fra gli strati più bassi della popolazione, fra coloro cioè che hanno bisogno di denaro.
Il donatore, pertanto, non è controllato così come avviene in Italia e negli altri Paesi europei e può accadere che egli sia portatore di malattie: sembra ormai accertato che l'AIDS abbia raggiunto velocemente l'attuale diffusione mondiale proprio a causa degli emoderivati provenienti dagli Stati Uniti d'America e non sottoposti agli specifici test, peraltro all'epoca non ancora esistenti.
Per comprendere appieno il significato dell'azione di un'associazione come l'AVIS, occorre pensare al perverso meccanismo di speculazione sulla salute dell'uomo, che si innesca laddove il donatore di sangue viene retribuito. A prescindere dall'entità del fenomeno, che negli Stati Uniti ha raggiunto un utile di milioni di dollari, si pensi che in varie città di confine con il Messico, come El Paso, un numero imprecisato di "pendolari dei globuli rossi", disoccupati, povera gente, talvolta anche tossicodipendenti, attraversano ogni giorno clandestinamente il confine per guadagnare l'"extra cash" pubblicizzato da enormi cartelli affissi nei centri di raccolta. Metà della produzione americana di sangue viene poi esportata.
Per molti mercanti di sangue, il terzo mondo rappresenta una miniera inesauribile. Negli anni Sessanta e Settanta, i loro interessi si sono concentrati in Paesi come Colombia, Brasile, Nicaragua ed Haiti, dove le condizioni di miseria ed i regimi politici erano più favorevoli a questo tipo di traffico. Il terzo mondo costituisce un serbatoio a basso prezzo per trafficanti internazionali senza scrupoli; in India ed in altri Paesi orientali, ci sono numerosi donatori professionisti che mantengono le loro famiglie lasciandosi prelevare il sangue fino a due volte la settimana.

 

Cosa accade in Italia - Il sangue clandestino, oltre alle condizioni disumane in cui è prelevato, non gode di sufficienti controlli ed ha quindi alte percentuali di rischio.
La differenza con ciò che avviene in Italia è enorme. Anzitutto il donatore è un volontario, non retribuito, il quale ben difficilmente, proprio perché compie un atto di generosità, metterebbe a rischio la vita del ricevente. Inoltre le donazioni non possono superare le quattro all'anno per gli uomini e le due per le donne (una questione di carenza di ferro). Dopo ogni donazione, al donatore spettano 24 ore di riposo e l'assenza dal lavoro viene retribuita.
Inoltre, il donatore viene tenuto costantemente sotto controllo, sia dal punto di vista dell'efficienza fisica, sia dal punto di vista della qualità del sangue prelevato; tutti i donatori vengono sottoposti annualmente ad accurate visite mediche: elettrocardiogramma, radiografie (ove occorrano) ed esami del sangue ogni volta che effettua la donazione. In questo senso, possiamo dire che il donatore di sangue attua una perfetta medicina preventiva, essendo tenuto costantemente sotto controllo.
La donazione in se stessa è assolutamente sicura e non reca alcun nocumento al donatore, in quanto viene sempre utilizzato materiale sterile monouso, nel senso che il materiale viene gettato dopo la donazione.
La donazione avviene presso i centri trasfusionali degli ospedali, pronti a qualsiasi emergenza. Sicurezza assoluta, quindi.
Come già fatto notare, le tecniche di frazionamento del plasma, il congelamento a temperature molto basse, l'utilizzazione del materiale plastico e la scoperta di nuovi anticoagulanti hanno rappresentato, verso la metà del nostro secolo, giganteschi passi in avanti. La trasfusione sanguigna, svincolata dalle sue origini, è ormai diventata una disciplina indipendente.
I centri trasfusionali sono veri e propri laboratori di produzione e di ricerca che rispondono in permanenza alle richieste degli ospedali e delle cliniche. Il sangue prelevato viene conservato in recipienti sterili, cioè sacche di plastica e non più flaconi di vetro, con una soluzione di anticoagulante.
Le tecniche più sofisticate sono utilizzate per frazionare il sangue e fornire molteplici derivati, ognuno con le sue particolari indicazioni.
Attualmente si è in grado di separare per centrifugazione i diversi elementi del sangue e di trasfondere ai pazienti soltanto quelli di cui hanno bisogno: globuli rossi, globuli bianchi, piastrine, plasma o frazioni plasmatiche. La trasfusione, quindi, si è venuta estremamente specializzando nel tempo e quella di sangue intero è divenuta sempre più rara. Il sangue intero viene prescritto solo in casi di emorragia acuta, negli interventi lunghi e particolarmente gravosi, nei trapianti cardiaci o nelle gravi emorragie da parto. In realtà tali casi sono assai rari, considerando la massa delle trasfusioni.
Addirittura, anche la donazione del sangue si va sempre più specializzando: si è arrivati al prelievo dal donatore del solo plasma (liquido acquoso ricco di proteine, glucosio, grassi ecc., che entra nella composizione del sangue nella misura del 55%, ndr), oppure dei soli singoli componenti del sangue, attraverso particolari procedimenti (quali ad esempio la plasmaferesi) che consistono appunto nel prelevare dal sangue del donatore solo il componente che è necessario.
Negli ultimi tempi si è andata sempre più diffondendo l’autotrasfusione, cioè il prelievo di proprio sangue, conservato in previsione di una programmata operazione chirurgica o per particolari necessità, sotto il controllo del medico.

Tratto da: "UNA GOCCIA TIRA L'ALTRA" di Francesco Gualdoni e Paolo Marcozzi

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